inquadrato

Framed. Incorniciato; o forse sarebbe meglio dire, dato il formato delle opere in esposizione, Inquadrato.

Le opere di Marialuisa Antonelli in esposizione presso lo Studio Legale Fair Legals, a Roma, parlano di un inquadramento, una sorta di cornice, a cui l’artista attribuisce connotazioni di natura sociale e culturale; una cornice così rigorosa e asfittica da apparire come una gabbia.

La gabbia è un topos letterario e artistico molto caro alla tradizione europea del Novecento; domandiamoci il perché.

La Gabbia può essere il simbolo di stereotipi collettivi; di pregiudizi e di filtri di natura etnica, economica, culturale e più in generale sociale che offuscano l’esperienza del mondo più che facilitarla; come per i due fratelli Carla e Michele Ardengo, nel romanzo di Moravia Gli Indifferenti; essi non riescono a provare veri sentimenti, ingabbiati come sono all’interno di una noia e di una indifferenza morale che è retaggio di una classe borghese economicamente e moralmente decadente.

La Gabbia può rappresentare il controllo capillare che esercita su di noi il sistema di potere (e di conoscenza) all’interno del quale conduciamo la nostra vita. Dentro la trama sottile ed invisibile di una sorveglianza continua noi agiamo, per lo più ignari dello sguardo inumano che seguita a sorvegliarci. Questa la lezione di cui ci parla Michel Foucault all’interno del saggio Sorvegliare e Punire.

La Gabbia può veicolare quel senso di isolamento emotivo all’interno del quale urlano i personaggi di Bacon, o si disfano le statue di Giacometti, tutti invariabilmente sottoposti ad un processo di defigurazione espressiva che denuncia sinistramente il rischio di disumanizzazione.

Scrive Moravia ne gli Indifferenti.

«Schermo bianco e piatto, sulla sua indifferenza, i dolori e le gioie passavano come ombre senza lasciare traccia e, di riflesso, come se questa sua inconsistenza si comunicasse anche al suo mondo esterno, tutto intorno a lui era senza peso, senza valore, effimero come un giuoco di ombre e di luci».

Questo schermo perennemente acceso che è anche telecamera, questo stato di ombrosa indifferenza, questa condizione di vanità incomunicabile e orrendamente giocosa è ciò che Marialuisa Antonelli denuncia attraverso la sua serie Framed.

Lo fa utilizzando un lessico espressivo essenziale, sintetico, asciutto.

L’artista e la curatrice mettono in scena per la mostra una semplificazione che ha primariamente valore conoscitivo, come una intuizione profonda che a partire dalla coscienza si ripercuote poi nello stile delle opere e nella scelta espositiva delle stesse.

Incastrati, scomodi, senza volto, spigolosi.

Siamo davvero diventati così?

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Giulia Quinzi

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