la danza malinconica

La mostra Framed di Marialuisa Antonelli, curata da Arianna Sera e ospitata dallo Studio Legale Fair Legals, è una manifestazione emblematica dell’attualità e conseguentemente della condizione intrisa di limiti che caratterizza i nostri tempi. Framed riflette sulla condizione di segregazione con cui molti di noi si sono dovuti confrontare, relativa non solo ad una limitazione spaziale bensì ad una esponenzialmente più profonda, ovvero concernente la nostra libertà sia individuale, sia collettiva. Una limitazione che fortunatamente non ha colpito una manifestazione particolare del concetto di libertà: la libertà di espressione.

Le opere di Marialuisa Antonelli nascono da tale presupposto e rappresentano, attraverso le figure illustrate, un’insofferenza ed una ricerca volta al ritrovamento di un tanto anelato spazio vitale. Marialuisa Antonelli, classe 1994 e laureata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Viterbo, predilige l’utilizzo della xilografia e della pittura per poter raccontare, attraverso figure umanizzate e ridotte a forme essenziali, un limite dettato dalla cornice che circonda le stesse fino a soffocarle.

Le cornici, in tal senso, diventano anch’esse protagoniste indiscusse poiché individuano un dialogo e un legame profondo, indissolubile con le figure altamente picassiane che richiamano l’arte africana.

Le figure antropomorfe, le cui tele costituiscono il proprio habitat, ridotte all’essenziale e in figure geometriche, sembrano improvvisamente irrigidirsi in pose innaturali; esse inoltre non possiedono un volto, sono dunque prive di identità. I personaggi si contorcono, esprimendo un forte disagio interiore e fisico percepibile pur non potendo scorgere le loro espressioni, e tentano invano una via di uscita, uno sfondamento della cornice e dello spazio che le reprime. 

 

La prima serie delle opere è realizzata in bianco e nero, mentre nella seconda possiamo osservare diverse forme monocromatiche, per lo più colori complementari e fortemente accesi. Una danza di Matisse malinconica, i colori accesi tipicamente fauviani sono in netto contrasto con le emozioni intrinseche dei soggetti rappresentati.

All’interno dello Studio Legale le opere tentano di farsi spazio, di piantare le loro radici e di crescere. Esse bramano l’evasione e il possesso della libertà che è stata loro negata. Le opere si impongono con fermezza sulle pareti sfruttando lo spazio nella sua totalità e catturano lo sguardo del fruitore in qualunque posto lui si trovi. Lo spettatore non potrà sottrarsi dalla visione che le opere suscitano, sentendosi affascinato da esse ma al contempo accerchiato.

 

“Le opere costituiscono a loro volta una cornice attorno allo spazio, diventando prepotentemente allegoria della traduzione letteraria di Framed, incorniciato. Le tele, dunque, posizionate su ogni parete presente, fungono da cornice dello studio stesso, racchiudendolo al suo interno in un abbraccio soffocante” afferma la curatrice Arianna Sera. Pertanto, anche l’allestimento enfatizza il concetto che sta dietro e soprattutto intorno alle opere in mostra.

 

Nella serie a colori i soggetti sono due ma tendono a sfiorarsi, degli omini di Haring che diffidano l’uno dell’altro prediligendo un isolamento e una solitudine intima ed impenetrabile. Non danzano. Non gioiscono. Necessitano di una scappatoia, di una libertà personale, di diventare il bambino di Pere Borrell del Caso.

Allo spettatore non rimane altro che venire in loro soccorso, osservandoli ed entrando in empatia con loro. Solo in questo modo le figure potranno uscire dalla loro cornice e subentrare all’interno di un nuovo spazio: quello della mente del fruitore, e quello che intercorre tra chi osserva e l’opera stessa.

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Erika Venanzetti

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