molto lontano, incredibilmente vicino

«Il messaggio che il lavoro vuole trasmettere è quello della diversità e dello spazio vitale nelle sue innumerevoli forme», ha detto Maria Luisa Antonelli in un’intervista. L’artista, classe 1994, ha realizzato le opere della serie Framed nel mese di giugno 2020. Un periodo particolare, che seguiva i mesi di lockdown per la pandemia che ha sconvolto l’Italia e il resto del mondo. 

Apparentemente, si tratta di questo: forme che si sfiorano appena, che arrivano all’estremità della figura limitrofa e poi si fermano, sembrano spostarsi senza mai toccarsi. Una metafora del distanziamento sociale, della necessità di essere vicinə ma lontanə, di non avvicinarsi troppo mantenendo una distanza di sicurezza. Di guardarsi senza toccarsi. La curatrice della mostra, Arianna Sera, ha enfatizzato questo aspetto, ribadendo l’attualità delle opere e la capacità dell’artista di ritrarre un periodo storico così complesso.

L’impossibilità di toccare chi ci sta accanto ci lascia incompletə, smarritə, perdutə. Ci sottrae dalla possibilità di sentirci parte di un tutto e ci fa sentire unicamente parte di noi stessə, per forza isolatə, per forza distanti, per forza solə. Parlano di questo, le figure di Antonelli? Di persone costrette nella loro solitudine? Anche. 

Eppure, tolto il coronavirus, tolte le mascherine, tolta la paura, gli ospedali pieni, i/le mortə, gli assembramenti e la promessa che andrà tutto bene, il distanziamento sociale assume un altro significato. In un mondo che non conosce distanze, dove tutto è irrimediabilmente vicino, a portata di mano, allargare gli spazi nella società è addirittura sano, se non necessario. Rimanere nel proprio perimetro non è solo sinonimo di solitudine, ma anche di rispetto; non significa solo essere costrettə entro certi limiti, ma anche non oltrepassare i limiti altrui. 

Spazio vitale significa, letteralmente, spazio della vita. Quello di cui ognuno di noi ha bisogno per esistere, pensare, fare. Ed è singolare, unilaterale. Non si parla mai di spazi vitali perché il nostro perimetro non può essere condiviso: è personale e tale dovrebbe rimanere. Tuttavia, la nostra individualità occupa ed è continuamente occupata da parole, pensieri, opinioni altrui. È invasa e invadente, conquistatrice e conquistata. Non esiste più l’io come soggetto unico, personale, individuale, privato. Esiste una moltitudine di soggetti, che dialogano tentando di far prevalere la propria idea di cultura e tradizione. 

L’unione fa la forza, dicono. Ma è sempre così? E se agire insieme significasse annullare la capacità decisionale propria e altrui? Se l’unione fisica e mentale fosse in realtà un appiattimento del pensiero individuale? Se fossimo talmente unitə da non riuscire più a separarci? Saremmo in trappola? È difficile rinunciare al contatto, fisico e mentale. Ma cosa rimane della nostra essenza, quando non è più nostra? Quando l’individuo è sottoposto a continue interferenze, quando viene costantemente toccato, influenzato, manipolato da agenti esterni? Ha ancora senso, oggi, parlare di caratteri soggettivi, di peculiarità? 

 

Se interpretate in questo senso, le opere di Maria Luisa Antonelli assumono tutto un altro significato. Figure che si sfiorano senza toccarsi, protese verso il prossimo ma schive, timide, rispettose del proprio e dell’altrui spazio. Che promettono di non contaminare chi hanno di fronte purché non vengano contaminate a loro volta. Non è una costrizione, ma una sana esitazione di fronte alla possibilità di toccare e intaccare il mondo altrui; non solitudine, ma prudenza. Distanziamento sociale come tentativo di preservare l’individuo, non di isolarlo. Le opere in mostra rappresentano esattamente il rapporto che dovremmo avere con il prossimo: una contemplazione comprensiva, gentile, sempre curiosa ma mai invadente. La volontà di capire chi abbiamo davanti senza influenzarlə, di accoglierlə senza appiattire le sue peculiarità, di guardare la sua essenza lasciandola illesa, intatta, così come dovrebbe essere: intoccabile e intoccata.

 

Le figure della serie Framed non sono sole: sono libere. Non isolate, ma gelose del proprio spazio e rispettose di quello altrui. Curiose, attratte dal prossimo. Così tanto da spingersi fino al punto più vicino, lo sfiorano, riducono al minimo l’intervallo, che diventa un puntino bianco, piccolo, infinitesimale, quasi inesistente. Ma poi si fermano. Fanno un passo indietro, si rigirano su se stesse, evitano a tutti i costi il contatto; hanno paura di finire in trappola. Non è dunque una timidezza gentile e delicata, che le spinge ad arretrare: è puro egoismo. Sono terrorizzate dall’idea di perdere la loro indipendenza, quindi si fermano un attimo prima di cedere alla tentazione di intaccare chi hanno di fronte. Consapevoli -loro- che il prezzo da pagare per invadere la libertà altrui è rinunciare alla propria. 

 

«Non abbiamo perduto la nostra antica timidezza di fronte al prossimo: la vita non ci ha per niente aiutato a liberarci della timidezza. Siamo ancora timidi. Soltanto, non ce ne importa: ci sembra d’esserci conquistato il diritto di essere timidi: siamo timidi senza timidezza: arditamente timidi. E la storia dei rapporti umani non è mai finita in noi: perché poco a poco ci succede che ci diventano fin troppo facili, fin troppo naturali e spontanei: così spontanei, così senza fatica che non sono più ricchezza, né scoperta, né scelta: sono solo abitudine e compiacimento, ubriacamento di naturalezza.» 

Natalia Ginzburg, «I rapporti umani» in Le piccole virtù, Einaudi 1962.

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Carolina Feliziani

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